Categoria: Sicurezza
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L’Esercito nelle città ma senza manette: la linea d’ombra tra militari e polizia
Cronaca vivace, decreti e mosse governative. Ma vediamo nel dettaglio qual’è la vera differenza tra forze di difesa nel sistema italiano, e perché questa distinzione è così importante.In Italia la linea di demarcazione è netta: la gestione dell’ordine pubblico e la caccia ai reati tra le strade delle nostre città sono un’esclusiva delle Forze di polizia. Agenti e carabinieri non si limitano a pattugliare il territorio, ma possiedono la qualifica di polizia giudiziaria. È questo scudo legale, unito a un addestramento specifico per il contesto civile, che permette loro di fare la differenza sul campo: possono condurre indagini, raccogliere prove, effettuare perquisizioni e, soprattutto, procedere agli arresti. La loro missione è dialogare con il tessuto sociale e disinnescare le tensioni, operando sempre sotto la lente d’ingrandimento e la direzione della magistratura.La missione storica delle Forze armate è un’altra: difendere i confini nazionali dalle minacce esterne. I militari dell’Esercito indossano una divisa concepita per scenari di difesa e contesti tattici, non per il controllo della criminalità urbana. Anche quando la politica decide di schierarli nelle piazze per presidiare gli obiettivi sensibili — come accade da anni con l’operazione “Strade Sicure” — i loro poteri restano strettamente blindati. I soldati possono identificare i cittadini e fungere da deterrente visivo, ma la legge vieta loro di fare indagini o far scattare le manette. Se la situazione precipita, il loro compito è congelare lo scenario e cedere immediatamente il passo alla polizia, l’unica titolata a intervenire sul piano giudiziario. -
L’Ombra del Potere: Il Caso “Squadra Fiore” e il Crepuscolo dell’Intelligence Etica
L’Ombra del Potere: Il Caso “Squadra Fiore” e il Crepuscolo dell’Intelligence Etica
di Tania Guaida
Roma, aprile 2026 – Non è solo un déjà-vu, è un sintomo. L’inchiesta della Procura di Roma sulla cosiddetta “Squadra Fiore” squarcia nuovamente il velo su un mondo che l’Italia sperava di aver relegato agli anni più bui della cronaca giudiziaria. Ma se le vicende dei primi anni Duemila sembravano anomalie di un sistema in formazione, ciò che emerge oggi dalle indagini dei Carabinieri del Ros suggerisce una patologia sistemica: il passaggio dal servizio dello Stato al “servizio del dossier”.
Al centro del ciclone troviamo nomi che pesano come macigni. L’indagine per peculato nei confronti di Giuseppe Del Deo, già vice capo dell’AISI, non è solo una nota a margine in un registro degli indagati; è il segnale di un corto circuito istituzionale. Quando l’accusa ipotizza l’appropriazione di fondi riservati per alimentare circuiti privati di informazione e dossieraggio, la domanda non è più “chi ci spia”, ma “con quali soldi lo sta facendo”.
Il ritorno dei fantasmi e la nuova Cybersecurity
La presenza di figure come Giuliano Tavaroli riporta inevitabilmente la memoria allo scandalo Telecom-Sismi. Tuttavia, nel 2026, lo scenario è radicalmente mutato. Non siamo più nell’era delle intercettazioni artigianali; siamo nel cuore pulsante della sovranità digitale. L’inchiesta coinvolge infatti vertici di aziende leader come Maticmind, con accuse che vanno dalla truffa al peculato per contratti gonfiati.
Il cuore del problema risiede nel “doppio binario”: da un lato, lo Stato investe miliardi nel Perimetro di Sicurezza Nazionale Cibernetica; dall’altro, una zona grigia di ex funzionari, consulenti e imprenditori sembra aver trasformato la sicurezza in un mercato di scambio di favori e informazioni privilegiate. Il danno non è solo economico – stimato in circa 5 milioni di euro per i soli contratti gonfiati – ma strutturale. Se chi ha il compito di proteggere le infrastrutture critiche del Paese utilizza quelle stesse competenze (e fondi) per scopi privati, la fiducia dei cittadini e delle imprese crolla verticalmente.Perché si creano queste “squadre” clandestine? La risposta risiede nel valore economico del dato. In un mercato globale iper-competitivo, possedere informazioni riservate sui competitor, sui processi decisionali della politica o sulle vulnerabilità di un amministratore delegato rappresenta un vantaggio competitivo sleale, ma immenso.
La “Squadra Fiore” agiva come un’agenzia di intelligence parallela, capace di muoversi tra le pieghe della legalità, sfruttando l’accesso abusivo a sistemi informatici che dovrebbero essere blindati. È il fallimento della *compliance* aziendale che si sposa con la fragilità dei controlli interni alle agenzie di sicurezza. Il rischio “insider” – il pericolo che viene dall’interno – si conferma la minaccia numero uno per la democrazia digitale.L’inchiesta romana impone una riflessione urgente sul fenomeno delle “porte girevoli” tra intelligence e settore privato. È accettabile che funzionari di altissimo livello, depositari di segreti di Stato e conoscitori delle architetture informatiche nazionali, possano transitare senza un adeguato periodo di *cooling-off* verso società private che appaltano servizi allo Stato stesso?
Senza una regolamentazione ferrea, il rischio è la creazione di un “mercato delle influenze” dove il confine tra dovere d’ufficio e profitto personale diventa una linea sfocata. La magistratura farà il suo corso, ma la politica e l’industria devono rispondere ora. Non basta implementare algoritmi di protezione se poi la chiave del forziere viene ceduta per ambizione o avidità.L’operazione “Squadra Fiore” ci ricorda che la cybersecurity non è un problema di software, ma di uomini. Se non ripartiamo da una cultura dell’etica del dato e da una vigilanza ferocissima sui conflitti d’interesse, continueremo a svegliarci in un Paese dove la privacy è un lusso e l’informazione un’arma impropria. Il caso Roma è l’ultimo avvertimento: lo Stato non può permettersi di finanziare, involontariamente, i propri stessi ricattatori.